L’Aquila, il silenzio di una cittàRicostruzione? Un mare di bugie

Ma quale ricostruzione. Girare per L'Aquila è come attraversare un deserto. La zona rossa è ancora estesa, il centro storico è quasi vuoti. Ovunque cartelli di una protesta che, quando la vedi, non si può non considerare giusta: gli aquilani vogliono tornare nella propria casa.
L’Aquila, il silenzio di una cittàRicostruzione? Un mare di bugie

Monza – Lavori in anticipo rispetto ai tempi stilati per la ricostruzione? Una bugia. Cantieri chiusi entro la fine della legislatura (Berlusconi dixit, anche a più riprese)? Una panzana colossale. Fare un giro nel centro dell’Aquila è un pugno nello stomaco. E’ difficile capire quello che si può provare appena si imbocca il centralissimo corso Vittorio Emanuele. Non sono gli edifici, tutti, nessuno escluso, puntellati a far star male. Non sono le vetrine dei negozi chiusi, tutti, nessuno escluso, a commuovere le persone. No, è il silenzio. Lo si capisce appena si abbandona la strada principale per deviare in una via laterale. Come via Verdi. Qualsiasi visitatore in quella città ferita, forse mortalmente, che è L’Aquila si trova immerso in un silenzio irreale. Non c’è più nessuno, non c’è più niente. Solo macerie e ponteggi che ingabbiano qualsiasi edificio. I negozi sono quasi tutti chiusi.

Dentro lavetrina di un bar ci sono ancora delle uova di Pasqua, buttate per terra. Si attendeva la Pasqua, quel 6 aprile del 2009, quando la terra ha tremato. E da allora il tempo si è fermato. Lungo corso Vittorio Emanuele c’è un po’ di gente. Turisti, per lo più. Qualcuno ride davanti un’impalcatura che occupa metà della sede stradale e non rinuncia a una sciagurata foto di gruppo. La maggioranza delle persone, però, attraversa la città in silenzio. Non c’è voglia di parlare, non si riesce. Si arriva vicino alla sede della Camera di commercio dove s’incontra l’unico bar aperto del corso. Di fronte, una camionetta dell’esercito presidia una strada chiusa: è la zona rossa, inaccessibile a tutti. Troppo forte il pericolo di nuovi crolli. Si arriva a piazza duomo. E’ quasi vuota. Da un altro bar aperto esce della musica. Ma non c’è nessuno, le note diventano eco. Gli edifici che si affacciano sull’elegante piazza sono quasi tutti chiusi e impacchettati dai tralicci.

La chiesa delle Anime sante, vista tante volte in tv, è ancora ingabbiata. Si può accedere all’interno, ma la navata è chiusa dopo pochi passi. Il duomo è chiuso, impossibile entrarci. In mezzo alla piazza c’è la tenda del presidio di cittadini uniti sotto le insiegne di «Ricostruiamolaquila». Poco più indietro, su una rete da cantiere, si trovano centinaia di chiavi. Sono quelle delle case degli sfollati, ancora 37mila (trentasettemila), che vogliono poter cercare di recuperare la propria abitazione. Per tornare a vivere e per far rivivere L’Aquila. Fuori città si trova la basilica di Collemaggio. Il bel piazzale che la separa dalla strada è quasi irriconoscibile, impresso com’è nella memoria collettiva ingombro delle tende azzurre della protezione civile.

All’interno della chiesa, invece, i segni della devastazione ci sono ancora tutti. Il tamburo, il tetto del transeto e parte di quello absidale sono crollati al suolo due anni fa. Il pavimento di marmo porta ancora i segni della rovinosa caduta. Delle splendide colonne di marmo che lo sorreggevano, rimangono solo le due basi ciclopiche. La copertura è stata sostituita da un intricato sistema di ponteggi e plexigras. Uscendo all’aperto, guardando verso L’Aquila, la domanda per tutti è sempre la stessa: si potrà mai ricostruire questa città?
d.p.